Una Turandot su mondi paralleli

Mai andare a teatro e vestirsi di preconcetti. L’animo libero di ogni spettatore dovrebbe inseguire il giusto valore di un’Opera lirica e con essa, voci, messa in scena, direzione d’orchestra.
Il Real Teatro di San Carlo, ed il suo Sovrintendente, stanno mostrando un dinamismo molto interessante con la scelta di registi che stimolano il dibattito e che finalmente riportano l’Opera lirica su dimensioni e letture che attualizzano i libretti e le prose.
Interessante è notare che a fronte di un dinamismo spregiudicato nella scelta di valenti registi, il palcoscenico vocale è sempre di prima classe come nel caso della Turandot veduta ieri sera 12 dicembre.
Il Teatro era stracolmo ed è stata una goduria per i nostri occhi.
Ho notato, già da diversi mesi, la presenza di un pubblico giovanile diversificato e colto. Impressiona l’inizio dello spettacolo in questa città cinese senza tempo e con figure mitologiche e allegoriche che compaiono a ridosso di un pauroso incidente di auto, totem visivo vissuto dai due protagonisti Calaf e Turandot.
Questa auto moderna issata come vela d’acciaio ritornerà nei momenti bui e tragici di tutta la fantasmagorica vicenda.
La narrazione della storia ha come prologo una piccola clip cinematografica in bianco e nero girata in un’ antica basilica napoletana, una sorta di nuova Pechino astratta e trecentesca che si innesta sulla vicenda reale in palcoscenico con il furore di un impatto visivo stupefacente.
Il giovane regista russo Vasily Barkhatov ci offre una lettura circolare che reitera segni, storie, azioni tutte racchiuse in una scatola sonora di ombre colorate che spesso fanno le stesse azioni scambiandosi di posto.
Interessante il grosso parallelepipedo che funge da stanza soccorritrice, spazio rianimatore di ricordi e incontri, dove il tempo arretrando proietta sulle medesime pareti i volti dei protagonisti bambini.
Lo spettacolo regge bene la complessa impostazione registica che cita Dante passando per Ovidio e “il lago d’Averno” fino a giungere, con i personaggi di Ping, Pang, Pong ( i bravissimi Roberto De Candia, Gregory Bonfatti, Francesco Pittari) a esaltare l’Opera buffa napoletana ( altro omaggio alla nostra città ) con maschere e movenze che ricordano “Polichinelle” e le sue maturazioni stilistiche in Pulcinella. Ma veniamo alle voci, fondamentali per affrontare quest’ Opera che sarà il canto del cigno di tutto il melodramma mai scritto. Dopo Turandot nulla sarà come prima.
In serata stellare è il Calaf di Yusif Eyvazov, meravigliosa la sua interpretazione che va dallo spaesamento ( ci ha ricordato il Tamino del Flauto magico mozartiano ) alla cruda presa di “possesso” per Turandot, ” La mia gioia è il tuo amplesso, la mia vita è il tuo bacio!”. Il canto di questo tenore, che ha dizione perfetta italiana e fraseggio ben studiato, sfolgora tra le acute note del personaggio; intonatissimo, veemente, amoroso e tragico.
Sondra Radvanovsky è una Turandot matura, chiaroscurale, con voce che oltrepassa le barriere del suono, vibrante accesa fiamma. La Radvanovsky è quanto di meglio l’empireo delle voci consapevoli ci potesse offrire il Teatro. Questa cantante emoziona anche per la sua recitazione paurosamente credibile, che dire della studiata gestualità fatta anche di sguardi e gemiti!
Qui voglio inserire il coro del Real Teatro di San Carlo, poichè merita una citazione ai vertici di queste riflessioni. Tutte le voci dei vari registri, hanno dato prova di una maturità “sonora” che fa il paio con un’orchestra “fisicamente” unita alle voci. Mi spiego meglio, coro e orchestra hanno svettato all’unisono in perfetta sintonia musicale, diretti da Dan Ettinger al quale non sfugge nemmeno una nota di contorno. Per il coro un plauso al Maestro Vincenzo Caruso ( aiuto) ed al Maestro Piero Monti. Bene anche le voci bianche dirette da Stefania Rinaldi.
Quanta stupefacente bravura ci offre in un canto declamato il grande e mai dimenticato Nicola Martinucci nei panni dell’Imperatore Altoum, meravigliosa Rosa Feola in Liù che insegue un canto dolente e drammatico, applaudita a scena a aperta per la perfezione con la quale ha eseguito “Signore, ascolta!”. Bravissima. Bene il Timur di Alexander Tsymbalyuk toccante nella scena finale “Liù, Liù sorgi..Liù bontà, Liù dolcezza”, grande interpretazione per questa difficilissima aria.
Ed ancora bravissima la prima ancella di Valeria Attianese, artista del coro che da sempre prova di professionalità curata e presenza vocale eccellente.
Bene Linda Airoldi, Sergio Vitale e Vasco Maria Vagnoli.
Resta da citare i bellissimi costumi di Galya Solodovnikova, meravigliosi!
Spettacolo raccomandatissimo.
Pino De Stasio

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2 commenti su “Una Turandot su mondi paralleli”

  1. Finalmente ascoltiamo un critico musicale che valorizza gli elementi innovativi che la regia ha sapientemente innestato su questa opera lirica fuori dal tempo. Il metaverso entra in maniera dirompente nel melodramma italiano attualizzandolo e rendendolo “comprensibile” alle generazioni più giovani. Bravi tutti!!!!

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  2. Leggere una recensione di Pino Di Stasio su una rappresentazione lirica è già di per sé stesso un piacere e un approfondimento culturale specifico.La critica sempre garbata, appropriata, e puntuale abbraccia tutti gli aspetti dello spettacolo nel suo insieme e negli elementi che ne compongono il variegato mosaico.Il canto e le prestazioni dei protagonisti il racconto, le scene, la regia tutto è descritto con grande competenza facendo rivivere e quasi rivedere al lettore l’esperienza dello spettatore. Non è facile ma è sempre una piacevole sorpresa, grazie Pino.

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