Serata gremita il 15 marzo scorso al Teatro di San Carlo, stracolmo come uno stadio, a testimonianza di quanto il grande repertorio romantico italiano continui ad esercitare un forte richiamo sul pubblico napoletano. In scena il cupo romanticismo di uno dei capolavori assoluti di Gaetano Donizetti, Lucia di Lammermoor (1835), melodramma tragico su libretto di Salvatore Cammarano, liberamente tratto dal romanzo The Bride of Lammermoor dello scrittore Walter Scott. Un lavoro che rappresenta uno dei vertici della stagione romantica italiana e, al tempo stesso, una delle più alte sintesi della poetica belcantistica ottocentesca, dove virtuosismo vocale e tensione drammatica si fondono in modo mirabile.
Già Gioachino Rossini, nel 1819 proprio a Napoli, si era ispirato al mondo letterario di Scott componendo uno dei suoi lavori più suggestivi e “notturni”, La donna del lago, opera che anticipa molte atmosfere romantiche e che ancora oggi resta una delle pagine più raffinate del Rossini serio.
La scena ( di Nicola Rubertelli ) si presenta con grandi volumi architettonici coerenti con la vicenda incardinata nel XVII secolo: uno spazio desolato, austero e poco rassicurante, quasi una landa emotiva prima ancora che geografica. In questo ambiente gli interpreti sono spesso costretti a cantare in proscenio per trovare il giusto equilibrio sonoro con la buca orchestrale, sacrificando talvolta la naturale dinamica teatrale dell’azione scenica. Le luci spengono ulteriormente una regia – firmata da Gianni Amelio e ripresa da Michele Sorrentino Mangini – che racconta poco delle belle dinamiche drammaturgiche contenute nel libretto di Cammarano, affidando quasi tutto alla forza musicale della partitura e alla bravura degli interpreti, oltre che ai pochi oggetti scenici e ai pregevoli costumi della storica sartoria sancarliana.
La Lucia di Rosa Feola costruisce un personaggio di notevole qualità drammatica, scegliendo un percorso vocale che incide profondamente nel tessuto emotivo dell’opera. La cantante sembra orientare la propria vocalità verso una dimensione di soprano lirico-drammatico, privilegiando il peso espressivo della frase musicale piuttosto che l’esibizione puramente ornamentale. Nelle celebri pagine solistiche – dalle grandi scene d’ingresso fino alla terribile scena della follia – la Feola non si accontenta di mostrare colorature e fioriture, ma lavora con intelligenza sulle arcate melodiche, sulla linea del legato e sul valore semantico delle parole. In questa interpretazione la vocalità melismatica e virtuosistica viene volutamente contenuta: meno cinguettii e meno compiacimenti ornamentali, più sostanza drammatica, quasi una purificazione della frase donizettiana. Il risultato è un ritratto psicologico di Lucia più tormentato e umano, sostenuto da accenti incisivi, da dinamiche ben calibrate e da una notevole intensità espressiva.
René Barbera è un magnifico Edgardo. Il tenore statunitense affronta il ruolo con grande attenzione alla tradizione del belcanto, mostrando una linea di canto sorvegliata, un fraseggio elegante e una gestione molto curata dei passaggi di registro. La sua vocalità, luminosa e ben proiettata, si muove con naturalezza nella tessitura impervia del ruolo, trovando momenti di autentica commozione lirica. Da ricordare soprattutto la performance finale “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, dove Barbera costruisce una scena di grande pathos, sostenuta da un fraseggio scolpito e da un uso espressivo delle mezzevoci. Viene spontaneo immaginare che potesse essere così anche l’Edgardo di Gilbert-Louis Duprez, il celebre tenore che interpretò il ruolo alla prima napoletana del 1835.
Mattia Olivieri è Enrico, fratello di Lucia, personaggio enigmatico e tragico che trascina la sorella verso un destino di infelicità imponendole un matrimonio di convenienza per salvare l’onore e le finanze familiari. Il baritono, ormai pienamente maturo per affrontare ruoli di forte spessore drammatico – lo ricordiamo nel brillante ruolo comico di Slook ne La cambiale di matrimonio al Rossini Opera Festival la scorsa estate – si muove sul palcoscenico con eleganza e sicurezza scenica. Nella cabaletta “Cruda, funesta smania” mostra un’espressività feroce e una tensione emotiva costante. Si tratta di una pagina vocalmente ardua, nella quale il cantante deve mantenere una tessitura elevata e tesa, sostenendo agilità, salti d’ottava e frequenti incursioni nel registro acuto senza perdere compattezza timbrica e controllo del legato. Olivieri supera questa prova di autentico atletismo vocale con piena padronanza tecnica, ricevendo dal pubblico un meritato applauso a scena aperta.
Alexander Köpeczi è Raimondo, figura di riferimento morale nella vicenda, educatore e confidente di Lucia. Il basso sfoggia un timbro corposo e ben calibrato, con una linea di canto autorevole che ben si adatta al carattere sacerdotale del personaggio, chiamato nel finale a rivelare al coro la tragica morte della protagonista. Sun Tiaxuefei (Arturo), Sayumi Kaneko e Francesco Domenico Doto completano con professionalità e precisione musicale il cast.
Vibra il coro del San Carlo diretto da Fabrizio Cassi, soprattutto nell’ultimo atto, dove la massa corale assume quasi il ruolo di commento tragico alla vicenda, emergendo come una vera sindone sonora della tragedia di Lucia. Notevole la cura dei colori vocali, degli accenti e delle dinamiche, con un fraseggio compatto e ben articolato.
Abbiamo da sempre apprezzato la qualità del lavoro direttoriale del maestro Francesco Lanzillotta, che in questa occasione propone la versione integrale dell’opera senza i tradizionali tagli, restituendo così una maggiore continuità drammaturgica alla partitura. Forse, tuttavia, un ulteriore lavoro di scavo nelle pieghe orchestrali e nei contrasti dinamici avrebbe potuto rendere ancora più incisiva la concertazione. Resta comunque una prova orchestrale di buon livello, con momenti di particolare suggestione timbrica: splendida l’arpa di Elèna Vallebona, quasi protagonista di un concerto parallelo, e affascinante la presenza della glassarmonica suonata da Sascha Reckert nella celebre scena della follia, scelta filologica che restituisce alla pagina donizettiana il suo colore sonoro originario.
Applausi convinti e calorosi da parte di un pubblico visibilmente soddisfatto della serata, che ha salutato con entusiasmo interpreti e orchestra al termine dello spettacolo.
Pino De Stasio