Una confusa “fanciulla” si aggira per il San Carlo, emerge solo Anna Pirozzi

Puccini fu molto coraggioso, scrisse ” La fanciulla del west” ( 1910 ) in un clima musicale , quello europeo, di grande sommovimento delle menti musicali, un nuovo corso, nuove forme del melodramma andavano solidificandosi aprendo orizzonti di straordinaria innovazione compositiva, se solo si pensa a Schönberg e Weill.

La struttura della “Fanciulla” ha dentro i canti della tradizione degli states e nel contempo piroette creative e arabeschi moderni che fanno pensare all’ Opera da tre soldi brechtiana o al nuovo sperimentalismo sinfonico di  Richard Strauss.

La complessità ritmica e  l’aspetto corale dell’opera ha necessità di una direzione d’orchestra d’acciaio, con tempi serratissimi e colori svariati, miscelati all’interno di dinamiche complesse tra coro, orchestra e solisti.

La direzione di Jonathan Darlington distrugge un’opera che ha la bellezza di un caposaldo pucciniano, se possibile, un capolavoro assoluto. Perchè dirigere in questo modo? Darlington si è accorto che sul palcoscenico vi erano dei cantanti e il coro che avrebbero voluto ben altro saggio accompagnamento?

Nella sera della prima lo sconforto ci ha presi, tutto appariva scoordinato, ben lontano dalla bella edizione del 2017  diretta da uno stratosferico Juraj Valčuha e con un cast indimenticato.

Colpisce però la bravura accorta, attenta e toccante della Minnie di Anna Pirozzi. Questa cantante, soprano di caratura internazionale, gestisce una parte ostica e difficile con un canto il più delle volte declamato, ma il lirismo appare sconcertante e lucente quando intona l’aria ” Laggiù nel Soledad “. La Pirozzi emoziona nelle traslucide pieghe del canto pucciniano, dilatandone la poetica introspettiva, mostrando una scuola di canto che è oramai divenuta accademia.

Non sono sulla stessa altezza vocale gli altri cantanti, che pure hanno dimostrato un piglio interpretativo sufficientemente espresso, sia per recitazione che per impegno drammatico, a cominciare da Martin Muehle, Dick Johnson, tenore di non poche qualità , ma visibilmente affaticato nella parte finale dello spettacolo, poichè interessato da una improvvisa allergia.

Lo stesso dicasi del Jack Rance di Gabriele Viviani, che pur sfoggiando buone qualità nei lunghi dialoghi, ( molto ben riuscita la scena delle carte del secondo atto ), non adorna questo personaggio con la giusta, sottile e perdente cattiveria che necessita.

Tra i comprimari voglio segnalare la bella interpretazione di Alberto Robert (Nick ), voce stupenda e fraseggio in  perfetta connessione con l’opera, sono certo che vedremo questo giovane cantante ascendere verso ruoli più impegnativi.

Questa volta il coro non riesce ad emergere come dovrebbe, una cappa di confusione con la direzione d’orchestra si è ben sentita, un vero peccato.

La regia di Hugo De Ana avvolge il tutto in un aurea sognante e iperrealistica, ma non emoziona.

Applausi per la sera della prima, con contrastanti pareri del pubblico giù per gli scaloni del Teatro San Carlo.

Pino De Stasio

 

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