Una Zelmira quella del ROF per la regia di Calixto Bieito che colpisce al cuore. Una regia impastata di “sangue e arena”, dilatata negli ampi sgorghi geometrici di un palco luminoso, a quadrati fissi.
Emergono nei gangli nervosi di corpi rappresi e da culturisti, in piscine circoscritte, tensioni e purificazioni di regicidi e storie archetipiche che affondano nella tragedia greca e che sviluppano un’ intensa sovrapposizione di segni via via che lo spettacolo avanza, di “tracce e indizi” contemporanei con “Tableaux vivants ” di cupo impatto visivo.
Nulla è rassicurante in questa Zelmira di Bieito, chi si aspettava sontuosi costumi o scenografie alla Bagnara o Niccolini è rimasto deluso, qui c’è Stanislavskij e il teatro di parola e corpo, che fa uso minimale degli oggetti e delle scenografie.
Bieito fa esplodere le avanguardie del novecento e le “istituzionalizza” nel Rossini serio, facendo emergere, da un libretto debole e contorto, di Andrea Leone Tottola,, tutta la bellezza della composizione rossiniana che va oltre Ermione, sperimentando ancor di più l’uso del canto, che qui termina la massima ascesa teorica dell’uso della voce come impresa monstre ( in particolare dei due tenori, Ilo e Antenore), come giustamente analizza la bella riflessione critica di Marco Beghelli nel denso programma di sala.
Meravigliosi i costumi grunge di Ingo Krugler con inserimenti dark e citazione di impressionante normalità, come il jeans e maglietta del bravissimo bambino che vaga sulla scena con i palloncini colorati che fanno pensare ad un infantile Chaplin, o il vestito da militare con elmetto di Ilo o la parodia carnascialesca di Antenore.
Questo originale intervento del regista, che muove lo spettacolo e gli attori cantanti fino allo sfinimento è straordinariamente coerente con la “filosofia” rossiniana di Zelmira, che richiede ai cantanti, anche nella versione viennese, una concentrazione e concertazione massima nell’uso del canto come espressione dei sentimenti al limite dell’umano.
Quanto è moderno Rossini!
Il regista non si accontenta dello spazio limitato dall’enorme piattaforma/zattera, sembra infatti ad un certo momento che la divisione a due del parallelepipedo trasparente, apra la “strada e le acque” a rimandi come il Mosè, ed espande il corpo teatrale sugli spalti, tra gli spettatori, ed ecco apparire Eacide, Paolo Nevi, di bella voce e grande presenza scenica che vaga come l’angelo sterminatore di Luis Buñuel nelle anguste gallerie a gradoni o il coro che si immerge tra gli sbigottiti volti di casalinghe, baristi, artigiani e professori guardoni dello spettacolo, ed ancora Antenore, Enea Scala, che vaga come nel labirinto di Cnosso su e giù per il palaScavolini, donandoci una prova encomiabile di atleta cantante/attore.
Insomma un Musical americano che passa nella lezione teatrale novecentesca europea, una regia da premiare, decisamente!
Ed ecco che la prova dei cantanti, mostrata nella sera della prima, ha svoltato verso lo straordinario, ad iniziare proprio dalla protagonista, Anastasia Bartoli, che qui supera se stessa inseguendo anche lei il dettato rossiniano dell’incredibile.
La Bartoli è dotata di voce omogenea e tendenzialmente scura, quasi da contralto, se analizziamo le acrobazie discendenti e ascendenti di scale, volatine, cadenze, trilli, puntature, addirittura colorature nell’impressionante “Riedi al soglio” ( scritto per la Colbran, non dimentichiamolo) non possiamo che definirla oggi, soprano assoluto. La Bartoli è giovane ed ha alle spalle una scuola superiore, la fortuna di avere una madre che ha fatto la storia della Rossini-renaissance, le consigliamo di cuore di continuare con Rossini, Donizetti, ed anche Bellini, la sua voce è preziosa, quanto la sua instancabile bravura in scena.
Continuiamo con le voci femminili ed Emma interpretata da Marina Viotti, mezzosoprano acuto di eccellente caratura, ci commuove fino alle lacrime con la grande aria ” Ciel pietoso, ciel clemente”, ascendendo verso una spiritualità interpretativa che oltrepassa la voce, poichè è richiesto anche l’uso del corpo nella sua normale e spoglia esibizione, immerso nelle acque gelide della piscina/culla/talamo che diviene spartito sonoro. , fino all’acme della cabaletta ” Ah se è ver, di quel ch’io sento “. Prova anche attoriale memorabile.
L’ Ilo di Lawrence Brownlee, parte che fu affidata alla prima sancarliana a David e poi a Rubini, ha smosso i nostri animi in quanto a sublime interpretazione, Brownlee è indubbiamente esperto e conoscitore della tecnica del canto rossiniano e non tralascia nulla dello spartito raggiungendo a piena voce nella celeberrima ” Terra amica” il re sovracuto, tessendo un personaggio spaesato e smemorizzato, suo e l’avvolgere “l’ultimo nastro di Krapp” di beckettiana memoria e sempre a Brownlee si deve lo splendido duetto “A che quei tronchi accenti? “, da manuale per come tornisce ogni sillaba, ogni parola appoggiata sul fiato in duratura sospensione. Mai sentito a teatro la cavatina di entrata applaudita con così tanto vigore, nemmeno dal fantastico Blake, lo aspettiamo l’anno prossimo si spera per altra suprema prova.
E che dire dell’Antenore di Enea Scala, parte affidata al grande baritenore Nozzari, speculare a Ilo, che per estensione di ottave primeggia con il “tenore contraltino”, centrando magnificamente l’entrata con ” Mentre qual fera ingorda” portando sempre il “registro modale” da baritono acuto a tensione drammatica esemplare, interpretando insieme al bravo Gianluca Margheri ( Leucippo ) una strana coppia di amanti gay sadomaso, immersi nella tragedia zelmiriana.
Ottima la prestazione del Polidoro di Marko Mimica, voce morbida e presente, soprattutto nei terzetti e concertati e con una bellissima interpretazione della cavatina “Ah! già trascorse il dì”, conclude il cast il gran sacerdote di Shi Zong.
La direzione di Giacomo Sagripanti sorprende per la costante e attenta concertazione con il bravissimo coro diretto da Pasquale Veleno, l’orchestra del comunale di Bologna, dai colori stupendi in tutte le sezioni e le voci dei protagonisti, sicuri di avere un maestro che fa respirare interamente uno spettacolo che passerà alla stroria del ROF.
Applausi scroscianti ai protagonisti della serata, alcuni dissenzienti per la regia.
Pino De Stasio
spettacolo del 11 agosto 2025