Mitridate, re di Ponto, Mozart, Guth e il teatro delle ombre al San Carlo

Mitridate, re di Ponto Opera seria in tre atti Libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi Musica di Wolfgang Amadeus Mozart Direttore | Riccardo Frizza Regia | Claus Guth Regista per la ripresa | Marcelo Buscaino Scene | Christian Schmidt Costumi | Ursula Kudrna Luci | Olaf Winter Coreografia | Sommer Ulrickson Interpreti Mitridate | Giovanni Sala Aspasia | Sara Blanch Sifare | Mariangela Sicilia Farnace | Franco Fagioli Ismene | Giuliana Gianfaldoni Marzio | Alasdair Kent Arbate | Agustín Pennino
Una prima storica per il Teatro di San Carlo di Napoli, Mitridate, re di Ponto di Wolfgang Amadeus Mozart approda per la prima volta sul palcoscenico del Massimo napoletano in una produzione firmata da Claus Guth, realizzata in coproduzione con il Teatro Real di Madrid, l’Opera di Francoforte e il Gran Teatre del Liceu di Barcellona.
È una serata che lascia una sensazione di piena soddisfazione, soprattutto per la forza della lettura registica, capace di sottrarre la tragedia mozartiana alla semplice dimensione archeologica e di restituirle una sorprendente contemporaneità.
Guth costruisce infatti la sua lettura su una continua sovrapposizione di piani. Da una parte la realtà concreta dei personaggi, collocata in un ambiente borghese che richiama, per atmosfere, arredi e abiti, il mondo degli anni Sessanta e Settanta; dall’altra una realtà deformata, perturbante, nella quale ciò che accade dentro i personaggi trova una proiezione visiva.
È qui che la regia trova il suo centro più interessante. La grande superficie convessa che occupa il fondo della scena diventa una sorta di specchio deformante dell’animo umano. Le immagini si dilatano, i corpi si duplicano, le figure si moltiplicano e ciò che sembra essere semplicemente un personaggio acquista progressivamente una dimensione più complessa, ogni individuo porta con sé il proprio doppio, la propria ombra, la propria inquietudine.
Non siamo dunque soltanto davanti alla vicenda politica e sentimentale di Mitridate e della sua famiglia, ma dentro un sistema di tensioni psicologiche nel quale gelosia, potere, desiderio, sospetto e conflitto generazionale vengono continuamente proiettati sulla scena.
La scelta di Guth trova un efficace complemento nelle luci di Olaf Winter e nei costumi di Ursula Kudrna. L’ambiente borghese, apparentemente rassicurante, diventa progressivamente un luogo di tensione, quasi una gabbia nella quale i protagonisti sono costretti a confrontarsi con le proprie ossessioni. La scena bianca, attraversata dalle presenze scure e dalle immagini riflesse, finisce così per assumere un valore quasi mentale.
Particolarmente significativo è il contributo coreografico di Sommer Ulrickson. Le figure che circondano i protagonisti non sono semplici elementi decorativi, diventano presenze drammaturgiche, ombre che partecipano alle loro angosce e alle loro frustrazioni. I movimenti, spesso speculari e contrapposti, costruiscono una sorta di secondo racconto che procede parallelamente a quello musicale.
È una soluzione scenica che, nei momenti più riusciti, raggiunge una notevole forza teatrale, i personaggi sembrano vivere contemporaneamente la propria realtà e quella riflessa, come se la scena rivelasse ciò che essi stessi non riescono o non vogliono vedere.
Sul versante musicale, merita una particolare attenzione la direzione di Riccardo Frizza, capace di accompagnare la complessa scrittura mozartiana con una lettura attenta agli interpreti e, al tempo stesso, fortemente tesa sul piano drammaturgico. La sua direzione ha saputo dare coerente spazio alle voci, sostenendo gli interpreti senza mai sovrastarli e permettendo alla parola e al canto di emergere con naturalezza. Ma, insieme a questa attenzione, Frizza ha mantenuto costantemente quella tensione musicale che attraversa la partitura e che, nel corso della serata, è andata progressivamente crescendo.
Sul piano vocale, la serata trova un protagonista di particolare rilievo nel Mitridate di Giovanni Sala. La voce, dal colore caldo e personale, conserva una bella nobiltà di emissione e si accompagna a un’interpretazione scenica convincente. Nonostante l’indisposizione annunciata, Sala affronta il ruolo con partecipazione, restituendo un sovrano tutt’altro che monolitico, dietro l’autorità del personaggio emergono infatti la fragilità, la gelosia e la paura di perdere il controllo.
Particolarmente significativa l’aria “Se di lauri il crine adorno”, affrontata con una partecipazione emotiva che permette al personaggio di manifestare fin dall’inizio la propria dimensione umana oltre quella regale.
Di grande rilievo l’Aspasia di Sara Blanch, interprete dalla voce ampia, luminosa e insieme estremamente agile. La linea vocale mantiene una notevole precisione anche nei passaggi di maggiore difficoltà, mentre la presenza scenica conferisce ad Aspasia una forte intensità drammatica.
Accanto a lei, Mariangela Sicilia, nel ruolo di Sifare, offre una prova di grande qualità vocale e interpretativa. La sua emissione, sempre controllata, trova una particolare efficacia nei momenti nei quali la musica mozartiana sembra farsi più intimamente espressiva.
Convincente anche l’Ismene di Giuliana Gianfaldoni, che contribuisce con sensibilità e solidità alla tenuta complessiva della compagnia. Le tre interpreti femminili costruiscono personaggi diversi ma accomunati da una forte partecipazione al dramma, sostenendo con grande qualità il ritmo e l’ossatura vocale della serata.
E poi Franco Fagioli, un Farnace di grande personalità. Il cantante affronta la scrittura mozartiana mettendone in evidenza tanto la virtuosistica preziosità quanto la componente teatrale. Nei recitativi come nelle arie emerge quella capacità di trasformare la tecnica in espressione che rende particolarmente efficace la sua presenza.
Dalla brillante “Venga pur, minacci e frema”, passando per “Va, l’error mio palesa” e “Son reo; l’error confesso”, Fagioli costruisce un Farnace tormentato e complesso, restituendo con grande intensità le diverse sfumature del personaggio.
Ma è nel terzo atto che arriva uno dei momenti più alti della serata. Dopo il recitativo accompagnato “Vadasi… oh ciel”, Farnace affronta “Già dagli occhi il velo è tolto”, un momento di particolare intensità, nel quale la scrittura mozartiana sembra condensare la trasformazione interiore del personaggio.
Qui il grande Franco Fagioli trova una sintesi esemplare tra virtuosismo, eleganza e tensione drammatica. La sua interpretazione accende il teatro e la risposta del pubblico è immediata, applausi a scena aperta, a testimonianza di un momento che ha evidentemente toccato la platea nel profondo.
Tutti bravi ed in parte perfetta il resto del cast, Marzio di Alasdair Kent ( tenore di straordinarie possibilità al quale si è tagliata l’unica aria ), Arbate di Agustín Pennino e il silenzioso Maggiordomo/Freud di José Luis Mosquer.
Nel complesso, la serata restituisce tutta la ricchezza di una partitura nella quale Mozart, giovanissimo, mostra già una straordinaria capacità di mettere la musica al servizio del teatro. Arie, recitativi ( anche se purtroppo in parte tagliati ) e concertati costruiscono un flusso drammatico nel quale la bellezza della scrittura vocale non è mai separata dall’azione.
È proprio questo il merito principale della produzione, Guth non illustra Mozart, lo interpreta. La sua regia propone una chiave di lettura che ha il pregio di prendere sul serio la dimensione teatrale dell’opera e di cercare, attraverso un linguaggio contemporaneo, ciò che ancora oggi può parlarci della tragedia antica e dei suoi personaggi.
Il risultato è una serata di teatro musicale nella quale la dimensione visiva e quella musicale finiscono per incontrarsi in modo particolarmente felice.
Al termine, applausi commossi e calorosi per tutti i protagonisti. Una prima importante per il San Carlo, dunque, e una produzione che lascia negli occhi soprattutto quelle figure riflesse, quelle ombre che continuano a muoversi accanto ai personaggi anche quando la musica è ormai terminata.
Unica nota dolente, ieri sera al San Carlo.
Da decine d’anni, come tanti spettatori assidui, a fine spettacolo andiamo nei camerini per congratularci personalmente con gli artisti. Ieri ci è stato impedito.
Ci è stato detto che esiste una “direttiva” del Sovrintendente Macciardi che vieta l’accesso ai camerini se non si è in una lista definita, o predefinita, chissà da chi.
A sbarrare i varchi che portano al palcoscenico, giovani guardiani di bella stazza.
I camerini del San Carlo, come in tutti i grandi teatri del mondo, sono sempre stati aperti, ovviamente con un sobrio e attento controllo. Io stesso, recentemente alla Staatsoper di Vienna, non ho avuto alcuna difficoltà a salutare artisti e direttore.
È un momento di incontro bellissimo tra chi fa arte e chi la ama.
Se si vuole un controllo più rigoroso, ci sono decine di ragazzi e ragazze che lavorano come maschere e verificano i biglietti. Si usino loro.
Ma non si chiudano i camerini agli spettatori.
Gli artisti gradiscono moltissimo le congratulazioni del pubblico, soprattutto di quel pubblico sensibile e attento che ieri ha applaudito a lungo un capolavoro difficile come il Mitridate e che non può aspettare che gli artisti escano dal teatro, visto che a Napoli mezzi pubblici e metropolitane hanno orari cortissimi.
Mi auguro che il Sovrintendente voglia recedere da questo insopportabile filtro, aspramente criticato da molti spettatori.
Noi abbiamo difeso Macciardi in tempi difficili. Ora, con educazione ma con fermezza, gli diciamo di non sbagliare.
Pino De Stasio