La Medea di Luigi Cherubini, riproposta al Teatro di San Carlo e documentata dalla recente trasmissione Rai dell’11 dicembre, si conferma un’opera cardine della transizione tra classicismo ed estetiche preromantiche, grazie a una scrittura vocale scolpita, un’orchestrazione di sorprendente modernità e una concezione drammaturgica che destruttura il modello tragico metastasiano. Cherubini articola un percorso psicologico fondato su tensioni irrisolte, con linee melodiche asimmetriche, cromatismi improvvisi e un uso sistematico di silenzi, sospensioni e bruschi contrasti dinamici. Il mito di Medea viene così tradotto in un linguaggio musicale che privilegia l’instabilità e il turbamento emotivo.
La regia di Mario Martone aderisce a questa vena di inquietudine, costruendo un universo scenico ibrido che alterna ambienti borghesi ad ampie prospettive metafisiche ispirate a De Chirico. L’uso di statue e quinte volutamente artificiali, insieme alla trasformazione progressiva dei fondali in macro-schermi – dove compaiono pianeti, lune e collisioni cosmiche – inserisce il dramma in una dimensione apocalittica e visionaria. Martone interpreta l’opera come un percorso centripeto verso il cuore oscuro della protagonista, allargando lo spazio scenico fino a inglobare la platea e dissolvere la quarta parete: una scelta che enfatizza la frattura tra codice teatrale e ambiguità del “vero”, ma che talvolta attenua la densità drammatica richiesta dalla partitura.
L’interpretazione di Sondra Radvanovsky si segnala per un approccio eminentemente corporeo e materico. La sua Medea nasce da una vocalità densa, concentrata nell’estrema zona di passaggio e incline a soluzioni timbriche volutamente ruvide, specie nel terzo atto, secondo un’estetica performativa che si avvicina alla visione della Callas, per la quale il ruolo richiedeva un’emissione non edulcorata, talvolta “distorta”. Il duetto “Nemici senza cor” mette in luce la sua capacità di modellare arcate dinamiche lunghe e drammaticamente efficaci, mentre alcune imprecisioni nella dizione e qualche singulto di troppo, non pregiudicano la riuscita complessiva del personaggio, qui concepito come un corpo sonoro in continua torsione emotiva.
Il Giasone di Francesco Demuro offre un contributo di alta scuola belcantistica, con un fraseggio controllato, limpidezza di articolazione e un timbro che emerge con particolare eleganza nell’aria “Or che più non vedrò”. La sua lettura enfatizza la natura ambigua del personaggio, sospeso tra l’aspirazione al potere e la residua attrazione per Medea. Il canto di Demuro, sempre cristallino, risponde pienamente all’istanza cherubiniana di fusione tra parola e struttura musicale, anticipando gli sviluppi di Rossini maturo e Wagner giovanile.
Di particolare interesse la prestazione di Désirée Giove, Glauce di luminosa freschezza vocale. Nell’aria di sortita “O Amore, vieni a me!” emerge una linea di canto sospesa, quasi mozartiana, sostenuta da un controllo degli acuti e da una gestione delle dinamiche che rivelano una cantante già pienamente formata. La sua interpretazione, benché limitata a poche scene, assume un ruolo strutturale perché rappresenta il polo opposto rispetto alla vocalità tellurica di Medea.
Nel ruolo di Creonte, Giorgi Manoshvili si distingue per una vocalità compatta e ricca di armonici, particolarmente efficace in “Pronube Dive”, dove la supplica assume una dimensione quasi liturgica.
La Néris di Anita Rachvelishvili, già apprezzata al San Carlo nella Rusalka, costruisce un personaggio di intensa partecipazione emotiva. Nell’aria “Solo un pianto”, con fagotto obbligato, il mezzosoprano dosa con perizia fiati lunghissimi e un fraseggio venato di oscura dolcezza, culminante in un “ti seguirò fedele” di forte impatto catartico, giustamente il pubblico le tributa applausi a scena aperta.
Ottimo il contributo del coro diretto dal Maestro Fabrizio Cassi, straordinariamente flessibile nell’alternare masse compatte a momenti di sottile cesello timbrico. Apprezzabili anche Maria Knihnytska e Anastasiia Sagaidak, ancelle di Glauce, e Giacomo Mercaldo, artista del coro, che confermano l’eccellente livello della scuola vocale del San Carlo.
La direzione di Riccardo Frizza si configura come un lavoro di scavo strutturale: tempi asciutti, attenzione alla chiarezza delle linee, nessun ricorso a effetti dilatati. L’orchestra risponde con disciplina e brillantezza, in particolare nelle sezioni solistiche dei legni, come l’assolo di fagotto del secondo atto, restituito con notevole precisione.
Questa Medea si impone dunque come un laboratorio interpretativo in cui drammaturgia, vocalità e analisi strutturale convivono in un equilibrio complesso. Una produzione che, pur con alcune scelte divisive, riafferma la modernità di Cherubini e la centralità del suo linguaggio nella storia del teatro musicale europeo.
Il pubblico applaude convinto per alcuni minuti, apprezzando grandemente lo spettacolo.
Pino De Stasio
( recite del 6 e 10 dicembre 2025 )