La Bohème al Teatro di San Carlo offre una lettura coraggiosa e insieme rispettosa dell’impianto pucciniano: la regia di Bárbara Lluch miscela abilmente la tradizione con immaginari fiabeschi, trasformando la sofferta vicenda di Mimì in una sorte di favola luminosa che non banalizza però il dramma della protagonista.
Lluch imposta i primi quadri in modo convenzionale — una soffitta spoglia, pochi oggetti scelti con cura, le stanze dei personaggi disposte come in un “binocolo” scenico — per poi aprire il registro visivo verso architetture oniriche ideate da Tal Rosner. Le “tappezzerie” video ampliano i piani psicologici dei personaggi: figure tratte dal mondo di Lewis Carroll e dei coniglietti di Beatrix Potter si insinuano nella diegesi, creando un contrasto inventivo tra realtà e immaginazione che alleggerisce, senza cancellarlo, il percorso di amore e morte che segna Mimì condannata da una malattia che la rende fragile e inevitabilmente tragica.
La regia trova un equilibrio espressivo anche nelle scelte luministiche ( Urs Schönebaum ) nella scena finale: la dipartita è resa con tableau altamente scenografici — un letto obitoriale avvolto in lenzuola bianche e uno scaldamani rosa — che ritmano il momento estremo con sobrietà pregna di poesia.
Sul piano vocale, Pretty Yende conferma la sua statura di artista completa. Pur operando fuori dalla tessitura che più le si addice naturalmente, mostra un timbro splendente, grande controllo del fiato e capacità di luminosità negli acuti; il duetto “Mi chiamano Mimì” risplende per qualità timbrica e fraseggio, mentre nei passaggi drammatici la Yende sa modulare dolore e verità fino al punto di morte, con un recitar-cantando che si assottiglia credibilmente.
Più problematico il Rodolfo di Kang Wang: dotato di solida tecnica, manca però di pienezza timbrica e arrotondamento della emissione; l’impostazione di gola tende a ispessire il suono, indebolendo la dimensione poetica del canto pucciniano e restituendo talvolta un’esecuzione fredda sul piano interpretativo.
Brillante e scenicamente piena di personalità la Musetta di Marina Monzó, acrobatica e vocale nella sua “Quando me n’ vo”, eseguita con verve e coerenza di fraseggio. Ottimo il cast di supporto: Artur Ruciński (Marcello), Alessio Arduini (Schaunard), Gianluca Buratto (Colline), la cui “Vecchia zimarra” è toccante, Matteo Peirone (Benoît/Alcindoro), Ivan Lualdi (Parpignol), Ciro Giordano Orsini (Sergente dei Doganieri), Giuseppe Todisco e Mario Rosario Thomas completano con sensibilità e precisione la tavolozza corale.
La direzione di Michele Gamba, nella serata della prima, è apparsa a tratti non perfettamente allineata con il coro e le voci bianche (dirette molto bene rispettivamente da Fabrizio Cassi e Stefania Rinaldi): l’orchestra, sebbene timbricamente ricca, avrebbe beneficiato di maggior rilassatezza nei tempi e di sfumature più calibrate per valorizzare appieno la partitura.
In conclusione un allestimento capace di restituire nuova luce ad un capolavoro senza tempo. Applausi generosi, con qualche dissenso rivolto alla scelta registica.
Pino De Stasio