Non era il cast previsto, cambi, sostituzioni, avvicendamenti, ma infine abbiamo ascoltato un’opera tra i capolavori più nascosti, e meno rappresentati, di Giuseppe Verdi.
Immaginate l’Italia del 1846 “affollata” di moti risorgimentali, Attila ricalca esattamente quel periodo : Odabella, Ezio, Foresto, alternano duetti e arie di vigore a intensi momenti lirici con cabalette e concertati, e il coro, vero protagonista dell’opera, compie meravigliosi interventi in tutte le sezioni “Urli, rapine, gemiti, sangue” o “Del ciel l’immensa volta”, dinamiche e colori eseguiti perfettamente in sintonia assoluta con le voci degli interpreti, Fabrizio Cassi, dopo la non ben riuscita “Fanciulla”, riconquista il podio insieme agli artisti del coro.
Lo spettacolo era in forma di concerto, questo è il solo limite. Quindi non potremo scrivere di messa in scena, di regie, scene e costumi, forse è meglio così. Il libretto di Temistocle Solera e Francesco Maria Piave, anche se contorto, è bellissimo e pieno di colpi di scena, tra avvelenamenti, spade, fuochi che si spengono, apparizioni di fantasmi, interventi di un Papa ( mai presagio fu così attuale! ).
L’Attila di Giorgi Manoshvili segue la grande lezione del Belcanto : mai forzare la voce, uso attento dei fiati, morbidezza quando si affrontano le cabalette ” Oltre quel limite” o nel duetto con Ezio “Vanitosi!… Che abbietti e dormenti “. Manoshvili possiede una voce di assoluta morbidezza e di colore lucente, e pur essendo un giovane cantante ha già varcato il “sancta sanctorum” del Rossini Opera Festival, tempio del Belcanto. Cantare il primo Verdi, sopratutto il primo, necessita di tecnica assoluta così come per Rossini, Bellini e Donizetti.
L’Odabella di Anna Pirozzi, cantante di calibro internazionale, che ha sostituito in corso d’opera la Radvanovsky, ci mostra un personaggio scolpito più sulla tecnica, quando però interpreta ” Oh! Nel fuggente nuvolo “, i brividi ripercorrono il nostro corpo ed il suo personaggio prende forma fino all’atto estremo nel bellissimo quartetto finale ” Non involarti, seguimi “. Attendiamo che questo spettacolo ritorni al San Carlo, la Pirozzi è interprete naturale per le qualità vocali e interpretative.
Non avevo mai sentito Luciano Ganci che interpreta Foresto, parte che Verdi ha sempre tenuto in disparte, focalizzando la scrittura più sugli altri tre interpreti. Ganci ha un colore meraviglioso e si sente che è tenore di razza, purtroppo però la serata è stata inficiata da una tracheite. Segnalo però l’estrema professionalità di Ganci che ha portato a termine lo spettacolo, anche con le palesi difficoltà dimostrate. Bravo!
Un fenomeno è il baritono salernitano Ernesto Petti. Estensione vocale da superdotato, sovracuti incandescenti. Un generale romano interpretato con forza maschia, oserei dire bruta, bellissima la cabaletta “È gettata la mia sorte”, Petti ci concede un Si bemolle stupendo.
Del coro lo abbiamo scritto. La direzione di Vincenzo Milletarì ci ha sorpreso mai una sbavatura: limpida, rispettosa delle voci, attenta a concertare i vari piani di esecuzione. Il pubblico sente quando un direttore dirige bene, poichè non sbadiglia o peggio tossisce. Seguiremo questo direttore con molta attenzione.
L’orchestra del San Carlo va a nozze con le partiture verdiane, magnifica in tutti i settori, mi è molto piaciuto l’accompagnamento dei fiati nel ” Oh! nel fuggente nuvolo “. Perfetti.
Francesco Domenico Doto (Uldino) e Sebastià Serra (Leone), completano il cast.
Applausi fragorosi per tutti.
Pino De Stasio