Il tragico romantico del “Tancredi”, Rossini trionfa a Rouen

Ho fatto il giro di una parte d’Europa per vedere il Tancredi di Gioacchino Rossini, in una coproduzione dell’orchestra del teatro Bienne Soletta, Opera Rouen Normandia. Un pò come Marie-Henri Beyle (Stendhal) che vide quest’ opera come melodramma assoluto nella complessa e lucente galassia rossiniana, anche io, povero ascoltatore che viaggia in treno, come un tempo si viaggiava su carrozze trainate da cavalli, vedere dal vivo nella sua integrale struttura tragica questo capolavoro, nella rara versione di Ferrara, si è colti dalla famosa sindrome.

I brividi mi colgono già nell’introduzione della popolare sinfonia e qui l’orchestra dell’Opera di Rouen Normandia vibra fortemente, cogliendo le giuste agogiche dello spartito che ha avuto esemplare lettura critica dal bravo direttore George Petrou, già apprezzato da noi al Teatro alla Scala di Milano, l’anno passato, nella magnifica opera di Niccolò Porpora, “Carlo il Calvo”.

Rossini è qui a proporre una svolta epocale, i recitativi sono lirici anche se accompagnati, addirittura stupisce con accenti monteverdiani, passando per nuovi “moduli stilistici” che inseriscono melodie sorprendenti e brillanti nel panorama del primo ottocento protoromantico. Tutto ciò è confermato da un finale “tronco e dilatato” che vaporizza in una bolla sonora modernissima tutta l’Opera, e fa risaltare l’immagine candida e commossa di Amenaide che con il grido muto/mimato di Edvard Munch, mette fine alla tragedia come in un drammatico sogno dantesco.

La regia di Pierre-Emmanuel Rousseau ha colto bene la lettura del libretto di Gaetano Rossi, tratto da Voltaire. Scene chiaroscurali con pochi elementi visivi, un medioevo siciliano riscritto, fantastico, dove la Chiesa aveva potere assoluto. Ed ecco che qui la regia, giustamente, in una lettura più che aggiornata, fa vivere i personaggi del Tancredi nella loro umana potenza dei sentimenti e nello stesso tempo deboli e vendicativi. Tutto si dilania tra amore, morte, battaglia, sensi di colpa, punizione, sangue che raggrumato, colora i vestiti nei momenti più crudi di tutto il percorso drammaturgico. Una visione di teatro d’opera quella di Pierre-Emmanuel Rousseau che va da William Shakespeare alla cinematografia Dark degli anni ’60 in uni stile sempre rigoroso di scene e costumi con le magnifiche luci di Gilles Gentner di pregio caravaggesco.

Trovare il solido equilibrio in questa “visione” del Tancredi, dove i cantanti devono essere anche attori, mimi, duellatori, non era semplice. Ma il miracolo è avvenuto, grazie ad una compagnia di canto di primo ordine.

Il Tancredi di Teresa Iervolino commuove per la sua altissima tenuta emotiva che riverbera, senza risparmiarsi, nei meravigliosi recitativi avanti le grandiosi arie e duetti da far impallidire tutti i nostri sensi. La cavatina d’entrata “Oh patria!, Di tanti palpiti”, si ricongiunge stilisticamente alla grande scuola italiana contralto/mezzosoprano che ha visto prima Fiorenza Cossotto e poi Daniela Barcellona eccellere. Ma la Iervolino ci dona ancora altro, il suo timbro meraviglia l’ascoltatore per il colore caldo, acceso di passione, bruno quando va nel registro centrale. E che dire dell’ abilità della Iervolino, sorretta da una poderosa tecnica d’acciaio, del belcanto che Rossini impone per quest’opera monstre.
Un canto quello di Tancredi/Iervolino che può definirsi “contralto tragico di agilità”: veemente, lirico, estasiato, amoroso, guerresco, furente. Bellezza allo stato puro quando si fondono le due voci, Tancredi/Amenaide “L’aura che intorno spiri” o il commovente “Fiero incontro! Lasciami non t’ascolto” vette geometrico sonore rare da raggiungere, con voce integra, fino all’apice.

L’Amenaide di Marina Monzó, che mai avevo udito dal vivo in teatro, mi ha fortemente sorpreso per integra e scolpita capacità interpretativa e vocale. Bellissima e sontuosa nel primo atto già nella introduzione “Come dolce all’alma mia” o nel commovente “Giusto Dio, che umile adoro” mostra una capacità di immedesimazione molto matura, pur essendo artista giovane, la Monzò è attenta a dare i giusti accenti senza mai forzare una voce che naturalmente ricorda lo stile di una vocalità mozartiana e che Rossini, nelle colorature scritte per Amenaide, imprime come forza progressiva sonora. Una cantante la Monzò a 360 gradi che non dovrà mai discostarsi per i prossimi anni dal ricco repertorio operistico del primo ottocento, la sua voce potrà dare molto a questo periodo musicale poichè dotata di mezzi vocali eccellenti e di naturale predisposizione attoriale. Brava!

L’Argirio di Santiago Ballerini ha la straordinarietà di giocare sui trapezi del belcanto senza risparmiarsi. Questo tenore argentino ha compiuto, come padre di Amenaide, un percorso da vero atleta del respiro.
Che grande tecnica, anche quando gli accenti e le note sovracute non concedevano un solo istante di pausa. Sentirlo nell’interpretazione “Pensa che sei mia figlia” o nel duetto con Tancredi/Iervolino “Ah, se de’ mali mie” è una vera e propria goduria. Nell’aspetto attoriale ricorda l’immenso Mario Del Monaco: postura, gesto, sguardo mai vinto anche quando sofferente giunge alla prigione della figlia. In quella della vocalità ricorda il piglio ed il fraseggio di Raúl Giménez. Un fraseggio molto interessante quello di Ballerini, l’italiano giunge perfetto clamorosa la sua “messa di voce”, da vero maestro.

Molto bene l’Isaura di Juliette Mey, filo di raccordo tra tutti i personaggi. Incastona un bel diamante nella sua unica aria “Tu che i miseri conforti”. Molto bravo l’Orbazzano di Giorgi Manoshvili dotato di una bella voce da basso, ma qui Rossini compie un’altra trovata ; toglie al basso arie e cabalette per concedergli invece un canto inserito nei maglifici concertati e recitativi drammatici, Giorgi Manoshvili è dotato anche di un physique du role molto credibile per la parte assegnata.

Buona la prestazione di Benoît-Joseph Meier in Roggero, più come attore partecipe al dramma.
Un plauso agli artisti del coro e chi li ha diretti, sono stati preziosi ed attenti nei difficili momenti del dramma, molto bella l’introduzione “Pace, onore, fede, amore”.
Applausi scroscianti a tutti i protagonisti da parte di un pubblico numerosissimo e attento.

Pino De Stasio

Facebooktwitterlinkedintumblrmail

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.