Il Roberto Devereux spalanca le porte al romanticismo, splende la direzione di Frizza.

Particolarmente riuscito sul versante musicale il Roberto Devereux di Gaetano Donizetti, ultima opera della trilogia Tudor, forse quella che suggella magnificamente  l’ottocento ad un romanticismo tipicamente italiano.

Opera che è pregna di solida psicologia dei personaggi, scavati nel profondo dei loro sentimenti e delle loro passioni, in una sintesi perfetta tra le dinamiche di coppia e l’accavallarsi degli eventi.

Melodramma che per certi versi appare granguignolésco, per la continua contrapposizione tra la vita e la morte, il sangue e la decapitazione, l’odio e l’amore, torri e stanze di palazzo.

Un gioco di geometrie introspettive e fisiche, un tutt’uno con i personaggi della storia.

La Regina Elisabetta, in questa regia di  Jetske Mijnssen , qui è trasformata in una signora borghese che sembra vedere un film ( che poi lo reinterpreta ) in una casa sul finire degli anni cinquanta, con porte e finestre che si replicano lungo le pareti, luci accecanti e letti disfatti. Sembra che l’Elisabetta casalinga, aspetti il suo idraulico, trasformandolo poi compiutamente in Conte di Essex ( mai titolo fu così centrato da una sottile citazione erotica ), e l’andirivieni sul talamo del primo atto, tra i rasi fluorescenti e caldi del momento, evidenziano la forte tensione erotica che la Regina ha verso il suo amato Roberto.

Una regia che poteva essere interessante sul versante dell’attualizzazione e dello scavo novecentesco dei personaggi, spingendo l’azione a  intuizioni e letture ben più intriganti, come lo strano rapporto di amicizia tra Roberto e il  duca di Nottingham, ma tutto resta a mezz’aria, una sorta di incompiuta che apre le strade a riflessioni creative di chi l’osserva.

Maggiore coraggio e meno patine castranti potevano consegnare una bella lettura contemporanea di questo geniale libretto del Cammarano, che fu applaudito come estensore, non dimentichiamolo, proprio la sera della prima sancarliana del 1837, cosa rara per un librettista.

La direzione di Riccardo Frizza ha fatto letteralmente volare lo spettacolo, sempre attentissimo alle voci dei protagonisti ed alle incisive  “scuoiate” ritmiche del coro, che qui brilla felicemente sotto la direzione attenta del Maestro Fabrizio Cassi.

Già meravigliosa l’orchestra nell’introduzione avanti l’Opera, in una serata particolarmente a suo agio; i colori e gli accenti vengono esaltati dal gesto del Maestro Frizza con una semplicità disarmante, una specie di sarto puntiglioso e attento alle  minime sfumature del ricamo musicale che non ammette fronzoli o pesantezze di stile, in una lettura dello spartito donizettiano esemplare.

Con queste premesse il “parterre de rois” delle voci hanno avuto vita facile a cominciare dall’Elisabetta di Roberta Mantegna.

La Mantegna sa bene che questo è un personaggio che deve avere una vocalità di grande agilità, piena di colori, senza dimenticare l’estensione folle ( due ottave e mezza ), cadenze funamboliche e un maturo afflato lirico. Una parte monstre che mette a dura prova la protagonista, ma che felicemente completa e solidifica infine, nella grandiosa scena catartica “Vivi, ingrato, a lei d’accanto , Quel sangue versato “, con espressa e rara intensità emotiva.  

Annalisa Stroppa nella difficile parte di Sara affronta il personaggio dapprima in punta di piedi, proponendoci una lettura dolente e mai invasiva, ma poi sfolgora, con l’incedere delle vicende, uno stile belcantista mai rarefatto, sia sul portato interpretativo che su quello della mera esecuzione delle arie o dei duetti. Sorprende ancora una volta la Stroppa per l’eccezionale tecnica, mista ad una lucidità come cantante che ha pochi rivali tra le sue colleghe.

Nicola Alaimo non sbaglia un colpo. Lo scriviamo in maniera tranchant. Alaimo interpreta Rossini, Verdi ed ora Donizetti sempre magnificamente: perfetto nel fraseggio ( vivaddio si comprende ogni singola sillaba e parola ) e nella calda emissione vocale, uniforme e intonatissima.  Maestro degli accenti, per questo nei terzetti con il coro la sua voce emerge imperiosa, uno dei pochi baritoni italiani di livello internazionale che può interpretare comico e tragico con la medesima e superiore bravura! Nel duca di Nottingham la fisicità XL  di Alaimo si trasforma in figura fluida, con una mimica attoriale di gusto raffinato, composto, preciso, una goduria sentirlo ” Parla tu sul labbro mio “, con applausi a scena aperta!

A chi scrive non ha deluso la voce calda e di bel colore, tra Johnny Dorelli ed Ernesto Palacio, di Ismael Jordi, parte molto ingrata che si “specchia” su tutti i fronti musicali del dramma, confrontandosi con arie, duetti, terzetti con  i protagonisti della storia.

Un physique du rôle perfetto quello di Roberto/Jordi, sinuosamente accattivante e che mostra un’ interessante tecnica del belcanto, sapendo modulare molto bene note acute con una particolare sequenza emissiva delle note medio gravi. Tenore di grande interesse.

Bravi i comprimari in ordine di locandina : Enrico Casari,  Mariano Buccino, Giacomo Mercaldo, Ciro Giordano Orsini.

Dal punto di vista musicale il miglior spettacolo della stagione del  Teatro San Carlo, peccato per la regia.

Applausi molto sentiti la sera della prima, con qualche dissenso per la regia.

Pino De Stasio 

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