Con Falstaff, rappresentato nel 1893, Giuseppe Verdi compie un gesto estetico di radicale modernità. A ottant’anni, il compositore non si limita a chiudere la propria parabola artistica: ne sovverte retrospettivamente i presupposti, proponendo un modello drammaturgico fondato sulla continuità musicale, sulla rarefazione lirica e su una scrittura polifonica di sorprendente duttilità.
L’opera smantella definitivamente la convenzione ottocentesca del “numero chiuso”. Arie, duetti, pezzi d’assieme e recitativi non si susseguono secondo la tradizionale alternanza, ma si compenetrano in un tessuto fluido, in cui la declamazione è costantemente sostenuta da una trama orchestrale cesellata, mobile, allusiva. Le fughe e i madrigali che costellano la partitura non costituiscono omaggi stilistici al passato, bensì dispositivi drammaturgici pienamente integrati nella dinamica teatrale. La fuga conclusiva — “Tutto nel mondo è burla” — assume così un valore metateatrale: forma severa per eccellenza, essa diviene veicolo di un’ironia universale, trasformando la morale in principio strutturale.
Determinante è il lavoro di Arrigo Boito, che rielabora William Shakespeare (in particolare The Merry Wives of Windsor) attraverso un processo di condensazione e riscrittura che accentua la modernità del testo. La figura di Falstaff, aristocratico decaduto e opportunista, si contrappone a Ford, emblema di una borghesia sospettosa e affermata: uno scontro che, pur inscritto nella dimensione comica, lascia emergere una latente tensione di classe. In questa prospettiva, non appare arbitrario evocare — sul piano comparativo — la futura critica sociale della Die Dreigroschenoper di Bertolt Brecht e Kurt Weill, pur nella radicale diversità dei linguaggi musicali e dei contesti storici.
L’allestimento firmato da Laurent Pelly per il Teatro Real Madrid, e proposto dal Teatro di San Carlo in coproduzione con La Monnaie/De Munt, Opéra National de Bordeaux e Tokyo Nikikai Opera Foundation, attualizza la vicenda in una Londra anni Cinquanta, cromaticamente segnata da una solida decadenza. La taverna che ospita il protagonista diviene spazio simbolico di marginalità e consunzione, mentre la progressiva rarefazione scenica conduce, nell’epilogo, a un ambiente quasi astratto, un vuoto che amplifica la dimensione catartica della fuga finale. L’impianto visivo — con scene di Barbara de Limburg e luci di Joël Adam — richiama per atmosfera l’immaginario pittorico di Edward Hopper, grazie a un chiaroscuro sospeso e introspettivo.
Tuttavia, la scelta di effettuare frequenti cambi scena a sipario aperto introduce una frattura nella circolarità ritmica dell’opera. L’attesa imposta al pubblico — con il direttore costretto a sospendere la continuità musicale — attenua la leggerezza strutturale che costituisce uno degli elementi fondanti della partitura, rischiando di compromettere la tensione comica.
Sul piano interpretativo, la produzione si distingue per l’eccellenza del cast, concepito in piena coerenza con la natura corale dell’opera. Luca Salsi offre un Falstaff di grande presenza scenica e finezza espressiva; Francesco Demuro — quasi un Lindoro post litteram — si segnala per eleganza di fraseggio; Ernesto Petti costruisce un’interpretazione di solida incisività; Désirée Giove si distingue per precisione vocale e controllo tecnico; Anita Rachvelishvili coniuga potenza timbrica e notevole verve comica, con un registro grave di sorprendente ampiezza; Maria Agresta e Caterina Piva delineano figure di saldo profilo musicale; Gregory Bonfatti, Enrico Casari e Piotr Micinski completano con equilibrio l’insieme.
Il coro, preparato dal Maestro Fabrizio Cassi, pur presente in interventi limitati, manifesta un’intensa partecipazione espressiva, contribuendo in modo determinante alla compattezza dell’organismo sonoro.
La direzione di Marco Armiliato privilegia trasparenza timbrica e coesione teatrale, mantenendo saldo il delicato equilibrio tra ironia e struttura contrappuntistica. Ne emerge un Falstaff che non appare come semplice commiato artistico, bensì come consapevole attraversamento del secolo: un’opera che, pur nata nel pieno Ottocento, proietta la propria ombra lunga sulla drammaturgia musicale del Novecento.
Applausi per tutte e tutti.
Pino De Stasio