Ermione o dell’ Olimpiade rossiniana. Capolavoro tra conservazione e visionarietà sconcertante.

Straripa di novità Ermione. Rossini compone questa nuova tragedia in musica, su libretto di Andrea Leone Tottola tratta dall’Andromaca di Racine, liberamente ispirata da Euripide, per il Real Teatro di San Carlo nel 1819.
Napoli era di fatto la capitale europea del melodramma ed aveva un pubblico colto e attento, ma non comprese il valore di questo capolavoro, infatti cadde subito nell’oblio, tra le nebbie di incomprensioni e critici musicali tradizionalisti e preconcetti.
Rossini scava, scava tra i marmi delle sue meravigliose melodie e ricompone capitoli musicali chiusi, grumi infiniti di duetti tra i protagonisti come il bellissimo “Non proseguir! comprendo” che necessita di voci prodigiose e iperbelcantiste. Rossini impone una sorta di atletismo sonoro, dove le voci ascendono in paurose catene montuose del pentagramma, mantenendo la ferocia dei loro amori non corrisposti. I sentimenti si ergono a monumenti delle voci che sciabolano con trilli, volate, salti, scale ascendenti e discendenti, colorature e infine agilità da centometristi del respiro!
Ermione è la tragedia degli amori che non si incontreranno mai, o meglio si incontrano senza mai amarsi, inseguendo vendette e sangue.
L’Ermione pesarese ha il lievito aspro di una regia magnifica che mette in primo piano la fisicità tragica dei protagonisti in una sorta di drammaturgia novecentesca con “tessuti visivi” del periodo Futurista.
Geniale la trovata del regista Johannes Erath del duettino Pilade/Fenicio “A così trista immagine” che con pantomime ironiche “depotenzia” la tragedia a tal punto da esaltarne la medesima, preparando l’apoteosi del finale drammatico nel “Che feci? dove son?”.
Il cupo cielo stellato, che piomba sui protagonisti mentre sono immersi di sangue e invettive, dona allo spettacolo una naturale esposizione dei fatti, riconsegnando al pubblico una storia chiara, percepita egregiamente come “narrazione” realmente accaduta.
Di grande valore le scene, i costumi, i video e le luci ( in ordine Heike Scheele, Jorge Jara, Bibi Abel, Fabio Antoci ) che compiono un unicum visivo coerente e pieno di fascino decadente.
Michele Mariotti dirige l’orchestra sinfonica nazionale della Rai in preda ad ispirazione mistica, ed i maestri in orchestra si esprimono, ( in particolare gli assoli dei fiati ) in serata di grazia! In alcuni momenti la commozione ci ha preso, annodando la nostra gola e gli occhi umidi.
Che dire degli interpreti?
Crediamo che l’Ermione di Anastasia Bartoli superi se stessa. La Bartoli ha una vocalità aggressiva, ma come tutte le grandi interpreti ( anche se giovane, vivaddio! ) ha tecnica matura che si fa ammirare per le mirabolanti prodezze. Ci ha colpito l’impressionante tenuta drammatica della gran scena del secondo atto ” Essa corre al trionfo! “. Non teme confronti storici questa Ermione, per le incisioni ascoltate e lo spettacolo che vidi da giovincello con la mia amatissima Caballè. La Bartoli è riferimento contemporaneo di una Ermione modernissima che con decisa recitazione, piena di crescente tensione e partecipazione del personaggio, ed una vocalità belcantista, imprime l’acceleratore sul futuro prossimo al Guglielmo Tell (Mathilde ).
Enea Scala continua a stupirci. Dopo il successo dell’anno scorso di Eduardo e Cristina, Scala ci dona oggi un Pirro maturo pieno di grandi effetti vocali chiaroscurali. Incantevole per prestanza fisica, spinta fino ad un Eros caldo ed attraente, ed gestione dei fiati da paura, in ” Balena in man del figlio “, la voce duttile e versatile discende verso note gravi con facilità naturale e ascende su vette sovracute senza sbagliare una sola cadenza. Un virtuoso come pochi nel mondo tenorile rossiniano.
Il Maestro Florez è Oreste. Rossini è la sua galassia, la sua “zona di comfort”. Oreste è come Pirro e Pilade, primo tenore. Florez ci ha donato un Oreste “dimesso” oserei dire slave, ma con una Bellezza del canto ineguagliabile, la sua ” Reggia abborrita” è stracolma di colore e virtuosismo belcantista, ma decide di omettere alcuni passaggi che Blake nella versione ROF degli anni ’80 includeva, come il bel “trillo calato” da manuale. Commovente il finale di Florez con la Bartoli, straordinario questo tenore che con l’ultimo sovracuto rende la scena adorna di dramma.
L’Andromaca di Victoria Yarovaya non ci ha convinto pienamente. Bella voce ed eccellente fraseggio, ma Andromaca deve possedere colore più scuro e vibranti accenti lirico spinti, ” Mia delizia! un solo istante ” è tra le più belle arie che Rossini abbia scritto e ricordo come la Horne o la Iervolino ( in epoche diverse ) le hanno interpretate magnificamente.
Il Pilade di Antonio Mandrillo ci è piaciuto assai! che gli si diano nuovi ruoli. Che colore interessantissimo possiede questo tenore. Bravissimo anche il Fenicio di Michael Mofidian, oltre a possedere una gran voce è anche raffinato attore.
E ancora bravi Cleone ( Martiniana Antonie ), Cefisa ( Paola Leguizamòn ) Attalo (Tianxuefeisun). Astianatte chi sarà mai ? non risulta in locandina, è stato bravissimo come mimo. Eccellente il coro diretto da Giovanni Farina “Troia! qual fosti un dì!”, che apre prepotentemente lo spettacolo.
Applausi scroscianti con diversi richiami per i protagonisti ed il regista, trionfo per Mariotti e la Bartoli.
Pino De Stasio
( recita del 9 agosto 2024 )