Eccellenti le voci in Maria Stuarda, deludono direzione e l’ingenua regia.

Intriga sempre la storia delle regine, e Donizetti scrive dei veri capolavori. Maria Stuarda rispetto alla trilogia ( Anna Bolena e Roberto Devereux ) è melodramma crepuscolare, intriso di solitudine con trame immerse in un libretto non sempre fluido del giovane Giuseppe Baldari. La censura non risparmiava nulla all’epoca e rimaneggiare in continuazione frasi come  “di Bolena oscura figlia invece di Figlia impura di Bolena“, metteva a dura prova gli autori e lo stesso Donizetti.

Ma Gaetano non demorde e compie un vero miracolo musicale. Bellini è morto, Rossini è a Parigi in aureo letargo, Verdi inizia il suo fulgido percorso, poco più che ventenne. E’ Donizetti il solo ad ereditare quella valanga sonora che rinnovò il Teatro d’opera nei primi decenni dell’ottocento.

Il Real Teatro di San Carlo in Coproduzione con il Dutch National Opera e il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, ci offre una messa in scena mediocre per la regia di Jetske Mijnssen. Quanta fastidiosa colpevole ingenuità nel non comprendere che quando un cantante canta arie e cabalette, non deve essere distratto da vestizioni o cambi di oggetti. Così siamo  stati costretti a vedere cambi d’abito, mentre Maria Stuarda/Pretty Yende, canta la cavatina a seguire “Nella pace del mesto riposo“. Poi vi sono le solite insopportabili “apparizioni” di personaggi/bambini ( proiezioni del passato infantile della protagonista) o ballerini intrisi di sangue che ridicolizzano, fino a noia, le entrate di personaggi o del coro. Diciamo basta a queste regie che opacizzano l’Opera e compromettono la piena riuscita di questi capolavori. Anche le scene a triangolo/imbuto di Ben Baur sono di un ritrito già visto. Meglio i costumi di Klaus Bruns, rigorosamente in linea con l’epoca.

Regina assoluta delle serate che abbiamo visto ( 20 e 26 di giugno ) è Pretty Yende, cantante che troviamo ancor più matura rispetto a suoi precedenti ruoli. Si sente, ( e si vede), che la Yende è sorretta da una tecnica spettacolare.

La sua voce è sempre appoggiata su calibratissimi fiati, ricordiamo la nota tenuta e sussurrata per tanti secondi nella gran scena finale, con un prodigioso coro in “Vedeste? ,Deh, tu di un’umile preghiera,Ah, se un giorno da queste ritorte“. Una Yende assolutamente completa per recitazione e canto, credibile nelle acrobatiche volate ascendenti belcantiste e presente nelle possenti e corpose discese nel registro medio. Un soprano completo e compiuto quello della Yende.

L’altra regina, l’Elisabetta di Aigul Akhmetshina, ha dato prova di grande immedesimazione del personaggio, forse un tantino sopra le righe, ma con un portato vocale ed un colore di bellezza mezzosopranile difficile a trovarsi. Non dovrà mai abbandonare questi ruoli, sembrano scritti per lei.

Il Roberto di Francesco Demuro colpisce per l’espansa vocalità belcantista, tenore tra i migliori in circolazione ci offre una performance di classe assoluta. Meraviglioso nei duetti con Elisabetta credibile e acceso “Sei tu confuso? ” o  nell’incontro con Maria “Da tutti abbandonata“. Demuro non teme acuti e sovracuti e ne concede a iosa, brilla per l’accorato fraseggio e lo squillo come fendente.

Una grande sorpresa per noi è il Talbot di Carlo Lepore, voce di stampo rossiniano, baritono di ramificate agilità e colori, voce robusta e solida per ruoli drammatici com’è quello interpretato, commovente nel duetto con Maria Stuarda “Quando di luce rosea“. Bravo!

Una menzione speciale all’ottima, e sempre più brava, Chiara Polese, nella parte di Anna Kennedy, la vogliamo vedere in altri e più importanti ruoli.

Un buon Lord Cecil di Sergio Vitale.

Ancora uno volta devo applaudire il coro del Real teatro di San Carlo che ha superato se stesso, pur nella difficile composizione geometrica che la regia ha imposto ai lati del palcoscenico, un finale di secondo atto da manuale, per colore, ritmo e “immersione” con la splendida voce solista della Yende.

Ancora bravo al Maestro del coro Fabrizio Cassi, tessitore di vibrazioni e armonie.

Dispiace scrivere poche righe per la direzione d’orchestra di Riccardo Frizza, ma non ci ha convinto.

La concertazione di Frizza è apparsa troppo ridondante negli assiemi, coprendo spesso le voci dei solisti che alcune volte dovevano  forzare note e colori. L’orchestra ha seguito pedissequamente lo spartito musicale, con qualche inciampo nei “fiati”( serata del 20 )

Applausi scoscianti per tutte le serate viste, ma la recita del 26 è stata assolutamente la migliore.

 

Pino De Stasio

29 giugno 2024

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Un commento su “Eccellenti le voci in Maria Stuarda, deludono direzione e l’ingenua regia.”

  1. Recensione accurata e puntuale che nulla lascia al caso .Concordo quasi su tutto . Personalmente detesto le regie claustrofobiche : e questa lo è ! Non serve tingere tutto di nero per rimarcare i caratteri della tragedia ; l’abbinamento è oltremodo puerile. Nel Macbeth diretto al S.Carlo da Muti , Giacomo Manzù realizzò tutta la scenografia di un bianco abbagliante : ecco l’originalità ! Complimenti a Pino per l’eccellente analisi !!

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