Cenerentola brilla al Maggio Musicale Fiorentino

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Che favola Cenerentola. Una donna maltrattata, vilipesa, oltraggiata dalla sua famiglia acquisita, ma pronta al perdono verso gli stessi suoi aguzzini. Cenerentola che legge di filosofia e storia accanto al tiepido camino, sognando Pace e Bontà.
Il libretto di Jacopo Ferretti si rifà ad altri due testi, “Cendrillon” di Charles Guillaume Etienne per Nicolò Isouard (1810) e “Agatina, o la virtù premiata” di Stefano Pavesi per Francesco Fiorini (1814), ovviamente il fulcro è la fiaba di Charles Perrault.
Una fiaba drammatica, con finale lieto, per lo spaccato livido di una società che incarna decadenza e corruzione, dove i ceti più poveri sono emarginati e trattati da servi da una nobiltà vuota e macchiettistica.
Di struttura tradizionale la regia di Manu Lalli è protesa a rispettare libretto e spartito, esaltando le scene più “oniriche” con fate e fatine che volteggiano tra stelle d’argento e aeree danze delle ore sul proscenio luminescente o tra il pubblico ad impersonare brechtianamente nuvole e temporali in aiuto della povera Cenerentola.
Toccante l’apertura dello spettacolo con Angelina, nel buoi totale ( l’oscura ignoranza ), che s’illumina del libro che legge. E che dire delle scene di Roberta Lazzeri che ben si incastrano in giochi prospettici di alta qualità scenografica, tra le performance dei cantanti/attori pronti ad improvvisi cambi di scena tra scale, palazzi, stanze, androni e luci che si compongono e scompongono sotto lo sguardo divertito del pubblico. Molto belli i costumi di Gianna Poli, colorati e cangianti, brillanti ed eleganti, buffi e sfatti, questi si integrano molto bene nel percorso favolistico/visivo dello spettacolo.
Meravigliosa la sinfonia iniziale, Rossini se la prende dalla Gazzetta napoletana dell’anno prima 1816. Questi famosi autoimprestiti degli autori del primo ottocento, è bene ricordare, erano pratica diffusa, ed anche un altro Sommo compositore ne fece uso come Vincenzo Bellini.
Stordisce la bellezza musicale di quest’ Opera. Rossini esprime tutta la sua geniale creatività componendo un altro capolavoro perfetto, restituendo a questo dramma giocoso spessore psicologico ed affettivo, “Un soave non so che“ (Ramiro, Angelina) è sospensione musical/spirituale allo stato puro, bene la direzione di Gianluca Capuano che esalta, oltre i sensi terreni, la purezza dei versi e della musica.
Ma Rossini non si accontenta e repentinamente capovolge ruoli e azioni “Come un’ape nei giorni d’aprile” cavatina celeberrima cantata dal falso principe Dandini, innesca di fatto la grande Opera buffa del libretto, facendo seguire gag e azioni da “pochade” francese ante litteram.
Uno spettacolo molto riuscito questo del Maggio Musicale Fiorentino, con un cast di cantanti di gran classe. Su tutti Teresa Iervolino ( Angelina ) che già si è cimentata in questo ruolo, ma oggi riesce a donare ancora più “corpo” e respiro.
La Iervolino è interprete ideale per Rossini e possiede un rarissimo e prezioso colore di contralto/mezzosoprano che non cede mai sulle due ottave, anzi le “18 corde”. Emissione fluida e morbida, fraseggio e dizione senza forzare o birignao incomprensibili. E’ un fluido sonoro e morbido che non vaporizza mai, ma soavemente ti entra nei pori facendoti apprezzare ogni singola nota, ogni singola vocale.
La Iervolino inanella agilità e colorature anche nei pezzi concertati, da eccellente interprete dello stile del pesarese. Emoziona la canzone “Una volta c’era un re” , sembrava che la raccontasse ad ognuno del pubblico, con un afflato ed un trasporto magico. La versatilità della Iervolino nell’affrontare in maniera prodigiosa personaggi opposti ( tragici, comici,) vedi Tancredi ed ora Cenerentola passando per Arsace, fa di questa interprete una cantante tra le migliori al mondo per questo repertorio e non solo. Il finale dello spettacolo, con il rondò “Nacqui all’affanno” riserva non poche sorprese, il Direttore Capuano rallenta i tempi consegnando alla Iervolino una “lettura” ancora più pacata e pacifica del rapporto Angelina/sorellastre/patrigno sino all’apoteosi finale di cadenze, colorature e agilità di impronta barocca.
Ottimo il Don Ramiro del tenore Patrick Kabongo. Eleganza e stile sia nei movimenti che nelle scene più complesse. Un Ramiro che segue le linee di difficoltà interpretative dei “Lindoro” rossiniani, ma con accenti lirici ancor più pregnanti ed esaltanti.
Un plauso al Magnifico Don…..di Marco Filippo Romano, attore eccellente prima che cantante fenomenale. Comicità a cascata da vecchio commediante di scuola italiana. Ci sono piaciuti alcuni accenti e pantomime da avanspettacolo, apprezzato assai da un pubblico attento.
Il Dandini di William Hernàndez si compensa molto bene con il suo “alter ego” Don Ramiro. Un Dandini asciutto, stilizzato, elegante.
Alidoro non è personaggio secondario, anzi, è sua la straordinaria aria “Là del ciel nell’arcano profondo”. Rossini la compone in un secondo momento. Un’aria prodigiosa, stupenda che sigilla il tragico/comico rossiniano. Potrebbe essere cantata per Maometto, per il Mosè o per Otello talmente lussureggia di melos e fraseggio così ritmicamente scolpito. Complimenti al basso/baritono Matteo D’ Apolito che ci ha fatto vibrare pelle e sensi.
Completano un cast perfetto le bravissime sorellastre Clorinda, Maria Laura Iacobellis e Tisbe Aleksandra Meteleva, voci di grande qualità e di interpretazione. Ancora brave!
Coro e Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.
Applausi scroscianti anche a scena aperta.
Pino De Stasio
recita del 20 settembre 2024