E’ da un secolo e mezzo che il Real Teatro di San Carlo attendeva la messa in scena di questa raffinata tragédie lyrique, “Roméo et Juliette” di Charles Gounod. Molto interessante questo compositore che a differenza di altri inizia a scrivere opere complete oltre i trent’anni. Si sentono, per ricerca compositiva, gli antichi echi dei titani del passato, come Rossini ed ancor prima Mozart.
Gounod infatti fu letteralmente folgorato dall’ascolto, in giovane età, dall’Otello del pesarese e dal Don Giovanni mozartiano ed ebbe, come primo maestro di musica, Antonín Reicha, amico e coetaneo di Beethoven.
Compositore preparatissimo anche per la musica sacra, Roméo et Juliette ci appare come un immenso lungo preludio alla morte dei due protagonisti, anche quando giocosità e amore emergono dal fitto tessuto ritmico delle scene.
Quante elaborate pagine ci offre questo melodramma francese, espresse anche con strumenti come l’organo e l’arpa, o canti, in duetto appassionato, come il fenomenale madrigale di lunare bellezza qual’è “Ange adorable, ma main coupable“, duetto palpitante d’amore, che i due protagonisti della serata eseguono con stile sopraffino.
Insomma Gounod si muove sui binari del passato affacciandosi, con grande umiltà, ad un futuro prossimo, che vede altri compositori compiere miracoli come Verdi e Wagner.
Lo spettacolo è una produzione di ABAO Bilbao, Opera de Oviedo, per la regia di Giorgia Guerra. Una messinscena particolarmente spoglia, con un unico parallelepipedo che si muove a mò di casa/balcone, palazzo, tomba, con le masse del coro che si spostano su e giù per gli spazi vuoti del palcoscenico, ricamato da videoproiezioni biancastre che ricordano una Verona disegnata da Gustave Doré e ancora le ampie e amorfe visioni ectoplasmatiche che si sovrappongono alle esatte geometrie delle scene, le videoproiezioni sono di Imaginarium Studio e le scene di Federica Parolini.
Spettacolo paradossalmente rassicurante che non smuove il grande turbinio di sentimenti che i vari atti ci propongono, sul bel libretto di Barbier e Carrè, e ci saremmo aspettati ben altro impianto registico, attesa la prima assoluta nel nostro Massimo. Gli stessi costumi di Lorena Marín sono modesti, pur nella sgargiante acrobazia dei tessuti.
Ma veniamo agli interpreti. Nadine Sierra ci propone un personaggio di alta qualità vocale, anche se l’interpretazione, alcune volte, sembra eccessivamente sopra le righe. Maggiore asciuttezza nei gesti e nelle controscene avrebbe potenziato ancor di più la bellezza vocale di questa eccellente e celebre cantante, che commuove per la varietà di colori e di afflati appassionati e concede finanche il bis nella stupenda aria “Amour, ranime mon courage“, che esegue con bravura inarrivabile per i giorni nostri.
Javier Camarena esprime un Romèo per certi versi discontinuo, molto bravo nei duetti, soprattutto nella seconda recita, ma meno quando da solo affronta le difficili acrobazie sussurrate e spinte, o nei pianissimi in falsetto mentre morente, esala.
Molto bene Gianluca Buratto ( Frère Laurent ), Alessio Arduini ( Mercuzio ), di grande interesse, per colore e recitazione la voce di Marco Ciaponi ( Tybald ) e la bravissima Caterina Piva ( Stèphano ) a lei è toccato un applauso a scena aperta.Un cast bene assortito e sempre attento, anche per le parti minori, Mark Kurmanbayev, Annunziata Vestri, Yunho Kim, Antimo Dell’Omo, Sun Tianxuefei, Maurizio Bove.
Il coro diretto da Fabrizio Cassi ci ha molto convinto, sopratutto nella seconda recita, trovando colori e accenti equilibrati e misurati sin dall’inizio dello spettacolo, con la bella introduzione di “Vérone vit jadis deux familles rivales“.
Sicura e lucida la direzione di Sesto Quatrini, che con gesti accorati e tesi è riuscito a farci comprendere la bellezza sfuggente di questo cupo capolavoro francese, trovando sintesi vibrante con l’orchestra del San Carlo in crescendo nelle due recite viste.
Applausi sentiti, anche a scena aperta, per tutti.
Pino De Stasio
ottima recensione Grazie!